Fabio Florio

RUSTED di FABIO FLORIO


Rusted (arrugginito, indebolito, inadatto al proprio compito) rappresenta la mia visione della condizione umana: il quotidiano misurarsi con l’angoscioso logorio del tempo e dell’entropia, da un lato, e dei nostri maldestri tentativi di mettervi ordine, di darvi un senso, dall’altro. La suggestione di una industria abbandonata, consunta e obsoleta, dove l’uomo aveva orgogliosamente celebrato la sua “macchina produttiva” diventa la quinta scenica in cui si consuma il dramma della finitezza. L’idea di “produrre” all’infinito oggetti, abbondanza e ricchezza è stata annientata, inesorabilmente fatta a pezzi dalla convinzione di non poter “dominare” la realtà con i consueti “mezzi produttivi” messi a disposizione dal progresso e dalla logica. Gli ambienti di lavoro abbandonati sono il documento consapevole di un uomo fagocitato, assimilato dall’impianto tecnico che ha costruito e di cui oggi resta una presenza incancellabile. Una consapevolezza che dischiude uno spazio sofferto e inquietante da cui non c’è fuga, poiché la finitezza spazio-temporale in cui ciascuno di noi è immerso ci limita, ci condiziona, in-evitabilmente. E tuttavia essendo la natura umana “in-definita”, ovvero aperta al senso, al cambiamento e alla scelta, l’angoscioso “teatro della finitezza” è al contempo il “palcoscenico di una danza”. Il luogo si racconta attraverso la delicatezza evanescente di una figura che prende forma in questo spazio “oppresso” e lo abita in modo inconsueto e libero che ci conduce nel complicato confronto tra natura e uomo.

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